Paternity blues

19.09.2012 15:12

 

Stefano Palabra

 

Come un sottile blues questo libro ti entra nella pelle. Mi ricorda moltissimo "lettera ad un bambino  mai nato" di Oriana Fallaci, soprattutto nella lucidità dell’espressione. Come una fitta, nella vita di Tommaso entra l’idea della paternità. Tommaso è giovane e sprovvisto di passaporto paterno e cercherà dunque con ogni mezzo di trovare "il visto" nel suo cervello e poi nel suo cuore. L’amore, vivido, veloce, fluido, magico, conforme a se stesso, che vive con la sua bella Anita è fatto di momenti di vento, di ginocchia che si incrociano, di sigarette consumate, baci bollenti e pelli che si scoprono. Un amore giusto, dirà. Come è giusto viverlo, senza impegni, senza inclusioni familiari, senza vivere sotto lo stesso tetto. Cosa c’è di più bello che prendere il meglio da entrambi, vivere spensierati e potersi amare alla follia? Nulla. Ma quando Anita non sarà più nella sua stanza Tommaso dovrà rincorrerla per capire, comprendere e trovare un amore più grande. Tommaso non ha paura di dire che non vuole essere padre, di non essere pronto, di non essere all’altezza, di non essere della stessa pasta paterna di cui erano fatti suo padre e suo nonno, che sentivano come un dovere nei confronti del mondo "fare un figlio". L’autore è bravissimo nel descrivere lo stato d’animo del protagonista, nello sviscerare i meandri della mente senza essere pudico di pensiero. E’ in grado di fare una pennellata dei nuovi genitori, della nostra generazione e dei nuovi figli, i figli troppo eccentrici, i figli sempre giustificati e quelli nervosi per un dente che cresce. Ci si accorge, allora, che il divario con i "figli di prima" è tanto, eccessivo, largo, che spesso i genitori non sono in grado di fare i genitori ma solo i dispensatori di consigli e frasi litaniche. Ci scrive, l’autore: "[...] Non basta un capo riga, un punto e virgola, serve assolutamente un nuovo titolo, un cambio di scenario. Si può pensare ad un impegno tale solamente quando tutto è da ripensare, cambiare, ricostruire, dotati di un indiscutibile senso del sacrificio e dell’abnegazione alla causa genitoriale, procreativa, riproduttiva. E’ una specie di disinteressato regalo alla specie umana [...]". E’ un libro suadente, che fa riflettere, che ti porta dentro la mente e dentro il dolore di un giovane che in fondo il padre lo può fare, che in fondo troverà se stesso e la gioia di avere un figlio. Un libro riuscito, bello, tenero, riflesso di un animo che si interroga, ben scritto, ben editato e da regalare, a chi è insicuro, incerto, chi tentenna o a chi è capo superbo di se stesso. In ogni modo, vi aprirà una nuova strada.

Buona Lettura

Sarah

Scrittrice per ArteMuse Editore

D & M Gruppo editoriale

L'intervista

02.03.2013 15:41
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